Polizia scientifica; La storia della scienza applicata alle indagini prende il via nel lontano 1892, in Inghilterra. È in quegli anni, infatti, che si sviluppa la tecnica per la classificazione e il riconoscimento delle impronte digitali, la dattiloscopia. Seguendo l’esempio oltremanica, nel 1902 il ministro dell'Interno Giovanni Giolitti incaricò il professore Salvatore Ottolenghi, medico legale, di tenere un corso di Polizia scientifica destinato ai funzionari di Pubblica Sicurezza di Roma. Il corso si svolse presso la sala dei "riconoscimenti" del carcere giudiziario "Regina Coeli". L'anno successivo, con un decreto a firma del nuovo ministro dell'Interno Zanardelli, il corso di Polizia scientifica fu reso obbligatorio ed entrò a far parte del tirocinio obbligatorio per gli allievi funzionari di P.S.
La sede del corso, che intanto aveva assunto le caratteristiche di una scuola permanente, fu posta in un locale delle "Carceri Nuove" di via Giulia, messo a disposizione dal direttore generale delle carceri Alessandro Doria. La prigione accoglieva, all'epoca, i detenuti in transito per Roma, che costituivano la "materia prima" per lo studio dell'uomo delinquente.
La scuola di Polizia scientifica, fondata allo scopo di insegnare ai funzionari di P.S. il metodo di applicazione delle teorie di antropologia e psicologia criminale, di sociologia, di medicina legale, finalizzate alla ricerca e alla sorveglianza dei rei e per l'accertamento dei reati, fu organizzata in quattro insegnamenti: antropologia e psicologia applicata, investigazioni giudiziarie, segnalamento, fotografia giudiziaria. Nel giro di pochi anni, tra il 1911 e il 1914, sotto l'impulso del grande vecchio della cultura scientifica poliziesca italiana, Salvatore Ottolenghi, prende corpo l'organizzazione del nuovo servizio. Nei comandi provinciali e in 500 commissariati di polizia arrivano i rilievi dattiloscopici e segnaletici. Un anno cruciale è il 1913, quando il codice di procedura penale guarda ai rilievi tecnici come prove ammissibili. È allora che il "luogo del crimine" diventa cruciale in un'indagine tanto quanto il corpo della vittima. Si profilano a rango di ''testimoni'' anche le stanze, i locali, i mobili, i quadri, ma anche la polvere e, successivamente, le più piccole particelle biologiche. In quest'ottica, ottiene sempre più importanza il problema della contaminazione dell'ambiente del crimine: dai semplici guanti di cotone usati per non lasciare tracce estranee, si arriva alla tuta bianca monouso e antitraspirante, alle mascherine da chirurgo che le cronache ci riportano oggi. Con il passare degli anni, la corsa della polizia scientifica italiana continua. Dalle questure si passa alle grandi collaborazioni transnazionali. Come la partecipazione italiana al sistema internazionale di comparazione balistica (Ibis), o l'istituzione dell'Uacv (l'Unità di analisi del crimine violento) e del Sacs, il Sistema unificato per l'analisi della scena del crimine.
I compiti dei poliziotti-scienziati si moltiplicano: si va dai risultati delle analisi del sangue a quelli su differenti materiali organici, fino alla ricerca di tracce minime di residui di spari o di droghe. Tutti elementi che concorrono in modo sempre più decisivo a tracciare il corso di un'indagine e di un processo.
Oggi il servizio di Polizia Scientifica è organizzato in una sede direzionale ubicata a Roma in seno alla Direzione centrale anticrimine della Polizia di Stato ed in numerose strutture periferiche con vari livelli di competenze, che coprono in modo
“Se la legge esige da te che tu compaia come testimone in una perizia, rimani pur sempre uomo di scienza. Non è tuo compito vendicare una vittima, salvare un innocente o distruggere un colpevole. A te spetta solo di testimoniare, nei limiti del tuo sapere e del tuo patrimonio scientifico: non fare il giudice o il giustiziere o peggio il prete. Lascia fuori dalla porta dell’aula ogni tua passionalità, ogni tuo tornaconto, ogni tentazione di fare accademia, che a nulla serve per risolvere un caso. Sei anche tu un uomo, un povero uomo: ricordatelo sempre!” - Georges Burgess Magrath